Giulia Poppi - senzatitolo.

giulia poppi

In occasione dello studio visit per .senzatitolo, il dialogo tra l’artista Giulia Poppi (Modena, 1992; di seguito, GP) e CampoBase (CB) si è svolto sul fondale virtuale della macchina dell’artista. I materiali che seguono sono estratti testuali e appunti visivi, che compongono la restituzione di questo scambio. L’impossibilità di rappresentare il proprio studio rinunciando alla componente fisica, alla presenza, innesca una serie di riflessioni sulla propria pratica, dove si mescolano materia, sensualità, riferimenti simbolici che riguardano l’intimità e il mistero, che lavorano sull’esperienza degli spazi.
Giulia Poppi ha recentemente esposto presso Mambo, P420, CarDrde, Localedue e Gelateria Sogni di Ghiaccio  a Bologna , CampoBase a Torino, Biennale Giovani di Monza. E  stata selezionata per il premio AccadeMibac, ospitata da Quadriennale 2020 di Roma.

[Giulia Poppi, GIF dall’archivio dell’artista]

GP
Non mi viene molto spontaneo, come si fa?

CB
Partiamo da dove ci troviamo ora, siamo nella tua macchina.

GP
La macchina è un’estensione del mio studio; è la fedele compagna di trasporto, umano e materiale, il mio punto di contatto con il mondo. Mi piaceva che il nostro studio visit si svolgesse qui perchè lo studio, visto dallo schermo di un pc, si risolve in una cosa bidimensionale. La macchina invece si presta a questo genere di situazioni, che sono buchi spazio-temporali. La macchina è l’elemento, è il punto di contatto con il quale mi approccio all’esterno: con essa escono le cose dal mio studio, ci esco io; ci viaggio, mi sposto per vedere cose che mi interessano; è decisamente la mia principale periferica, il mio braccio destro. Per questo ho voluto fare lo studio visit qui, piuttosto che proporre il mio studio direttamente, con una resa parziale: siamo nel mio studio, ma non siamo davvero qui, è tutto irreale.

[Giulia Poppi, GIF dall’archivio dell’artista]

CB
Si è bloccato, il video è glitchato… è come se fossi entrata in galleria con la macchina! Eccoti sei ritornata, ora ti sentiamo.
La prima cosa che ci sembra interessante è che la macchina è un mezzo molto “novecentesco”… ma che in questo caso diventa un device digitale. La seconda, è l’idea di punto di contatto: lavorare cercando il contatto, che ha a che fare molto con la tattilità, piuttosto che con la vista… e questo riguarda molto i tuoi lavori. spesso i nomi dei tuoi lavori sono onomatopeici, ricordano il rumore che fanno una volta toccati, splashsplapciaf.

SplashSplapCiaff, 2019 Installation site specific, exhibition views There’s a Monster Coming!, CampoBase, Torino.

GP
Sì, è uno sculacciamento, uno sbatacchiamento inguinale; il suono del sesso come può pensarlo un bambino. Le cose girano sempre bidimensionali, ma il contatto, l’esperienza fisica, anche nello studio, non si possono fissare il modo granitico. Non sento affine fissare lo studio in un momento. Inoltre, è un ambiente molto intimo, dove accogli; quindi è sempre legato a una presenza fisica, non lo voglio proporre come una finestra del pc – mi piace di più cercare di riprodurne la fisicità, attraverso questo escamotage della macchina finta.

CB
Ci appuntiamo: rifiutare l’idea di tradurre lo spazio dello studio, intimo e dinamico, in una finestra, estetizzando una cosa che invece è magmatica, non può essere formalizzata, etichettata.

[Giulia Poppi, immagine dall’archivio dell’artista]

GP
Lo studio è materia viva; qui prendono forma i lavori, ma anche alcuni tentativi poi abortiti. Pensando alla macchina, e alla strada, penso ad esempio al bitume, con cui sto giocando, ma che ancora non ho concretizzato in un lavoro. Mi sono innamorata del bitume osservando dei lavori di riparazione del manto stradale, e ho visto un attrezzo fantastico. Gli operai giravano con una specie di calderone pieno di bitume e con dei cubetti di bitume in sagome di cartone che vengono fusi nel calderone. Mi sono innamorata di questi cubetti e mi sono immaginata un nuovo lavoro: un grande cubo di bitume, di circa un metro per un metro, al centro di uno spazio candido. Ma poi questa materia si ribella e il cubo al centro collassa in modo simile a quello che succede nelle cave di bitume. Questo materiale si estrae nelle cave e con le pendenze forma questi specie di biscioni, dei fiotti neri e viscosi, quasi spaventosi. Mi piaceva l’idea che in questo mio tentativo di educare e costringere la materia in una forma razionale in qualche modo si manifestasse la ribellione del materiale stesso, che collassando ritorna a seguire le forme che gli sono proprie. Questa materia vischiosa, bollente si esprime in tutta una varietà di forme organiche, lucide, laccate, con tutta una serie di movimenti bellissimi.

[Giulia Poppi, immagine dall’archivio dell’artista]

CB
Il tuo è un lavoro molto materico, tattile: si può parlare di erotismo della materia. Senza venire all’interno del tuo studio, all’interno di un ambiente da te creato, c’è il rischio che si appiattisca l’esperienza del tuo lavoro e del tuo immaginario, sia a livello visivo che sensoriale? Questo gap è esploso nel contesto virtuale di quest’ultimo anno. Come hai presentato i tuoi lavori in formato altro?

GP
Credo nelle piccole anarchie quotidiane. Sono davvero molto “novecentesca”, o forse no… Del digitale mi piace leggere il surreale. Per esempio, mi sono divertita a raccontare il Passagatto con un audio particolare (installazione realizzata per la mostra Domani qui oggi alla Quadriennale di Roma 2021, ndr).

CB
Forse è difficile fare scultura, in maniera virtuale.

GP
Infatti per me è impossibile, e alla fine non l’ho mai fatta, anche perchè lavoro tantissimo con i luoghi in cui arrivo e dove devo fare una mostra. In Quadriennale, ad esempio, così come con voi a Torino: progetto su carta, ma poi mi piace entrare nel luogo e risolvere l’astrazione, che è anche un po’ un enigma, sul posto. Croce e delizia, alla fine ho bisogno della “ciccia”, della fisicità, della materia.

CB
A questo polo della morbidezza, della materia molle, sbuffante (ripensando al bitume), fa da contraltare un lavoro recente come le Caravelle, dove invece il risultato è più rigido, anche più esplicito. In particolare ci hanno colpito le installazioni di queste sculture, appoggiate a terra, a muro, spesso in spazi marginali, di risulta…

[[Giulia Poppi, Caravelle, 2020 ]
[Giulia Poppi, GIF dall’archivio dell’artista]

GP
… è come se si fossero congelati degli “spiritelli”, in posizioni molto precarie. Il materiale è molto bello: assomiglia al vetro, ma è una resina, una plastica che rende quella sensazione di fragilità, la quale si accompagna alla precarietà delle posizioni fatiscenti che trovo di volta in volta. Sono degli esoscheletri. Per alcuni aspetti, mi hanno suggestionato alcuni panneggi della pittura del Quattro-Cinquecento, ricchi, decorati, arzigogolati al punto da prendere quasi una vita propria, arrivando a costituire una sorta di estensioni dei corpi già molto allungati delle figure. Degli esoscheletri, appunto.

[Giulia Poppi, immagini dall’archivio dell’artista]

CB
Il tema degli “spiritelli” è spesso presente nel tuo lavoro, che allo stesso tempo abbiamo definito molto fisico, materiale.

GP
Ciò è sempre legato al materiale, anzi alla materia; essa è un veicolo anche di altre suggestioni – oltre la propria fisicità – di altre possibili, eventuali realtà, ed è bello. In Quadriennale, il Passagatto crea un sospetto: quello di una presenza, negli ambienti di questa architettura così monumentale. Ogni tanto il basculante oscilla… potrebbe essere uno spiritello, che se ne va.

[Giulia Poppi, immagini dall’archivio dell’artista]